Inchieste, reportage e articoli. Tutto questo è Donnelibertadistampa, il blog a quattromani di Valeria Brigida e Giulia Zanfino Donnelibertadistampa | donne libertà di stampa | Il Cannocchiale blog
.
Annunci online

Link

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte


diritti
Marlane: rinviati a giudizio gli imputati del processo. Cronaca della difesa del sindaco di Praia a Mare.
26 novembre 2010


Paola. "Auspico che sia fatta giustizia". Il Procuratore Bruno Giordano, del Tribunale di Paola, si pronuncia sul processo "Marlane", che vede imputati 13 tra i dirigenti dell'ormai nota "fabbrica dei veleni" di Praia a Mare. Secondo le indagini effettuate dalla Procura, infatti, decine di operai potrebbero essere deceduti a causa dell'uso scellerato di prodotti chimici, all'interno di quest'azienda. E proprio venerdì si sono riaccesi i riflettori, su quello che è stato più volte definito il più importante processo, in materia lavoristica, di tutto il Meridione d'Italia. Tra gli imputati spicca il nome di Carlo Lomonaco, attuale sindaco di Praia a Mare, ex chimico dell'azienda, responsabile del reparto tintoria, noto come "reparto killer" da cui sembra provenivenissero le esalazioni chimiche, letali agli operai, dal 1973 al 1988. E la sua difesa, contro i capi d'imputazione "lesioni gravissime, omicidio colposo e disastro innominato" ai quali si aggiunge quello di "omicidio volontario con dolo eventuale", pronunciata venerdì, è stata piuttosto serrata. Contro le accuse la sindaco di Praia a Mare, la difesa ha chiesto il "non luogo a procedere perché il fatto non sussiste". E l'arringa dell'avvocato di Lomonaco, Vincenzo Nico D'Ascola, arrivato in aula con passo deciso, stretto in un elegante abito grigio, è stata tutt'altro che improvvisata. Secondo la difesa di Lomonaco non c'è nesso di causalità tra l'uso dei prodotti chimici, in fabbrica, e le patologie che hanno portato alla morte di decine di operai dell'azienda di Praia a Mare, perché tra il '73 e l'88, la comunità scientifica non aveva preso atto della pericolosità delle sostanze chimiche usate in fabbrica. Quindi non vi era nessuna regola cautelare da seguire. Per quanto riguarda l'uso delle ammine aromatiche in fabbrica, altra sostanza nociva che potrebbe essere causa di neoplasie contratte dagli operai, la difesa contesta che, di fatto, le ammine aromatiche non sono state usate nel ciclo produttivo dell'azienda. La difesa, infatti, sottolinea che al posto delle ammine aromatiche si usavano prodotti azoici. In verità pare che di queste sostanze non siano state trovate tracce, come sottolineano gli esperti in materia, per un motivo molto semplice: i coloranti azoici sono composti usando ammine aromatiche, per cui possono contenere ammine aromatiche come elementi impuri. Inoltre, i prodotti azoici, entrando a contatto con gli organi di un operaio, possono essere degradati ad ammine aromatiche, attraverso un complesso processo del metabolismo umano. Si spiega dunque come mai non ne sia stata trovata traccia, nei rilievi effettuati dalla Procura. Dagli uffici della Procura di Paola, il Procuratore Giordano sottolinea: "Se ci sono delle responsabilità, com'è convinzione dell''ufficio di Procura, convinzione dimostrata da consulenze, oltre che attraverso le testimonianze delle vittime e degli operai che lavoravano in fabbrica, auspico che sia fatta giustizia e che non si ripropongano situazioni di questo tipo, da Terzo Mondo". Luigi Pacchiano è un sopravvissuto all'ecatombe che, ancora oggi, continua a mietere vittime tra gli ex operai della fabbrica, sin dagli anni Settanta. Nel 1996, colpito da una neoplasia, ha deciso di denunciare l'azienda. E da allora la sua vita è scandita dalla battaglia contro la malattia e contro il silenzio, che per anni ha avvolto questa torbida vicenda. "Le misure di sicurezza, in quella fabbrica, non sono mai esistite. Io sono arrivato a Praia nel 1969 e sono stato lì fin al 1995. C'erano polveri, fumi, vapori, sembrava una fabbrica da Terzo Mondo. Noi operai lavoravamo a mani nude, anche se la proprietà parla di mascherine. Non è affatto vero". E aggiunge: "Per produrre i tessuti usavamo ammine aromatiche, prodotti azoici, cromo esavalente, molti altri metalli pesanti e qualsiasi tipo di acido, ma non eravamo al corrente dei rischi a cui eravamo sottoposti". Pacchiano racconta della quotidianità, nella Marlane di Praia a Mare. Mentre le esalazioni tossiche sprigionate dalla tintoria si diffondevano nell'intera fabbrica, priva di pareti divisorie tra i reparti, gli operai lavoravano ignari. Quel fumo lo chiamavano "nebbia in Val Padana". Un nome beffardo, che rieccheggia il Nord dei pellegrinaggi in ospedale. Quello della chemio e delle false speranze. I primi decessi sospetti, tra gli operai della fabbrica, risalgono al 1973. Le prime vittime colpite sono due operai sui trent'anni. Sarubi e Mandarano. Lavoravano al carbonizzo, una macchina dove si effettuava il lavaggio delle lane, nell'acido solforico. Gli acidi gli polverizzarono l'apparato digerente. La loro malattia fu fulminante. Anche la signora Limongi ricorda suo marito, Possidente Biagio, operaio addetto alla pulitura dei telai, morto a 54 anni, nel 1990. E ancora, Fabio Cesarei, genero di Angelo Laneve, che afferma amareggiato: "Mi ricordo che quando mio suocero mi raccontava la sua vita in fabbrica, rapportandola a quella di mio padre, operaio a Roma, mi sembrava che mio padre fosse un dirigente, perché aveva visite mediche continue, costanti, precise, mentre mio suocero, qui in Calabria, invece, nulla. Alcuni giorni" continua Cesarei "quando non funzionava l'aria condizionata, mio suocero mi diceva che lavoravano e davano di stomaco, perché le esalazioni chimiche erano talmente forti che non riuscivano a respirare". Molte, le zone d'ombra da mettere a fuoco, nell'ambito di questo processo. Perché le vittime della Marlane S.p.A. potrebbero non essere solo gli operai della fabbrica. Tra i capi d'imputazione del processo, infatti, vi è anche il "disastro innominato", causato dall'interramento di sostanze tossiche nei terreni della fabbrica, anche questo fortemente contestato dalla difesa degli imputati. Resta il fatto che, ad oggi, i danni all'ambiente circostante, e ai suoi abitanti, sono tutti da accertare. Ma il Comune di Praia a Mare non sembra intenzionato a costituirsi parte civile per il disastro ambientale dovuto al sotterramento dei rifiuti, che risulta ormai certo dai rilievi effettuati nell'estate 2007 dalla Procura di Paola. Forse perché il nome del suo sindaco Lomonaco, è nel registro degli indagati. La prossima udienza sarà il 5 novembre.

Giulia Zanfino

Mezzoeuro

Foto G.Z

diritti
Processo "Marlane". Prosegue l'udienza preliminare.
29 ottobre 2010

di Giulia Zanfino

Praia a Mare (CS). Organi polverizzati, neoplasie fulminanti, mali rarissimi. Rifiuti tossici scaricati in mare, o sotterrati a pochi metri da abitazioni e spiagge. A nove anni dall'inizio delle indagini preliminari, la torbida vicenda della Marlane S.p.A. di Praia a Mare approda in aula, in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio di tredici persone, presentata dalla Pm Antonella Lauri, presso il Tribunale di Paola. Proprio qui, domani, nell'Udienza Preliminare, verrano ripercorsi 40 anni di storia aziendale, costellati di morti sospette e malagestione. Fatti noti, avvolti nella fitta cortina del silenzio che per troppo tempo ha celato la gestione scellerata dei prodotti chimici e nocivi, usati nella fabbrica. Ad oggi sono in 107, tra operai ammalati ed eredi degli operai deceduti a causa delle esalazioni tossiche respirate in fabbrica, costituitisi parte civile, in quello che è considerato il più importante processo in materia lavoristica, di tutto il Meridione d'Italia. E il numero delle vittime, secondo gli esperti, è destinato a salire vertiginosamente. I capi d'imputazione pendenti sui 13 imputati, tra cui il Gruppo Marzotto e la sua dirigenza, proprietari della fabbrica dal 1987 al 2004, sono "lesioni gravissime, omicidio colposo e disastro innominato". Tra i legali della Marzotto spicca il nome del noto avvocato, Niccolò Ghedini, difensore di Antonio Favrin, consigliere delegato della società, dall'ottobre 2001 all'aprile 2004. Proprio Ghedini ha strappato l'ultimo rinvio dell'udienza, sollevando un'eccezione di incompetenza territoriale presentata al Gup di Paola, e tentando di spostare l'Udienza Preliminare a Vicenza. Il tentativo è stato respinto dal Gup. Il processo restarà dunque a Paola. Tuttavia, il rischio della prescrizione è dietro l'angolo. Se si guarda a un passato non troppo lontano, si intuisce che la storia della Marlane S.p.A. di Praia a Mare è determinante, nello sviluppo occupazionale di quel tratto di costa tirrenica. 


Tutto comincia a Maratea, negli anni '50, quando il noto imprenditore Stefano Rivetti, Conte di Val di Cerva, lascia il Piemonte per approdare sulle coste trasparenti della Basilicata, dove farà affari d'oro attraverso i massicci finanziamenti della cassa per il Mezzogiorno. Così, tra la Basilicata e la Calabria, il Conte Rivetti darà vita a una serie di piccole imprese nel settore tessile, che produrranno lane e tessuti pregiati, destinati a diventare forniture per le divise militari dello Stato. Tra queste "la fabbrica della morte" di Praia a Mare, allora denominata "Lanificio di Maratea R2". Dagli anni '50 al 2004 le imprese del Conte Rivetti passano di proprietà in proprietà. Tra il 1969 e il 1970 vengono assorbite dall' IMI, poi dalla Lanerossi, in seguito dall'ENI. Nel 1987 sarà la volta del Gruppo Marzotto. Un giro astronomico di soldi pubblici e privati, che puzza di morte. Ammine aromatiche, prodotti azoici, acidi letali, cromo esavalente e altri metalli pesanti, vengono maneggiati dagli operai, a mani nude. Le misure di protezione per chi lavora nella fabbrica sono inesistenti. E le morti si susseguono. Ma dalle mura della Marlane non trapela nulla per anni. Gli operai hanno paura di essere licenziati. A Sud non c'è lavoro, e chi cel'ha se lo tiene stretto. Comunque vada. I pochi che si ribellano subiscono intimidazioni feroci e solo nel 1999, in un clima rovente, il sindacato Slai Cobas denuncia alla Procura di Paola morti sospette collegate al lavoro, in quella fabbrica. Ancora oggi si registrano casi di neoplasie e di decessi, tra operai che hanno lavorato alla Marlane S.p.A. di Praia a Mare. Domani l'ennesima udienza preliminare, in cui si giocano le sorti di ben 107 vite spezzate.

© Copyright Redattore Sociale - Foto © Giulia Zanfino


sfoglia
ottobre        febbraio